Una nota sul reddito reale delle famiglie italiane e il costo della spesa

di Paolo Bonafè, segretario di Azione Venezia

I dati diffusi dall’Ocse sul primo trimestre del 2025 ci consegnano un quadro in chiaroscuro. È vero: il reddito reale delle famiglie italiane è cresciuto dell’1%, ponendo l’Italia tra i Paesi virtuosi dopo anni di stagnazione e arretramento. Il merito è in gran parte del rinnovo dei contratti collettivi e di un parziale recupero del reddito da capitale. Un segnale positivo, che però non deve illuderci: i salari italiani restano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021 e, se guardiamo agli ultimi trent’anni, i redditi da lavoro reali sono scesi del 3,4%, mentre in Francia e Germania sono cresciuti di circa il 30% e negli Stati Uniti addirittura del 50%.

Il nodo è che la piccola crescita del potere d’acquisto rischia di essere erosa non tanto dall’inflazione, oggi sotto controllo, quanto dal costo crescente dei beni e dei servizi essenziali. Uno di questi è la sanità. Negli ultimi anni, la spesa pubblica per coprire le carenze di personale con i cosiddetti gettonisti – medici e infermieri a chiamata – ha superato i due miliardi di euro, con punte di 1.200 euro per un singolo turno di otto ore. Risorse che avrebbero potuto finanziare migliaia di assunzioni stabili, rafforzando il Servizio Sanitario Nazionale e riducendo le liste d’attesa.

Il paradosso è che mentre i redditi crescono di poco, le famiglie devono coprire di tasca propria servizi che dovrebbero essere garantiti. Il caro-sanità, unito ai ticket e alla necessità di ricorrere sempre più spesso al privato per prestazioni rapide, pesa direttamente sui bilanci domestici e colpisce soprattutto i redditi medio-bassi.

La verità è che in Italia la crescita del reddito non basta se non si interviene su due fronti:

            1.         Recuperare il terreno perso nei salari rispetto agli altri grandi Paesi europei.

            2.         Ridurre il costo indiretto dei servizi essenziali, a partire dalla sanità, che oggi sottrae risorse alle famiglie e alimenta diseguaglianze.

Il dato Ocse ci dice che migliorare è possibile, ma il rischio è di vivere in un Paese dove il reddito reale cresce sulla carta, mentre nella vita quotidiana il carrello della spesa, le bollette e il costo delle cure raccontano tutt’altra storia.

P.S. di Bonalberti: un amico, Marco Biolcati, fa presente che, oggi in Italia, gli stipendi sono sempre più bassi, tasse elevate, prezzi fuori controllo e fuga dai lidi. Una situazione quest’ultima non prevista e segnale evidente della crisi dei ceti medi italiani, che si accompagna a quella strutturale delle classi popolari.

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