Un intervento del prof Gianfranco Trabuio che conserva la sua attualità

Pubblichiamo un intervento tenutosi da Gianfranco Trabuio a Padova nel 2002, con Sergio D’Antoni in occasione di una conferenza sulla costituzione dell’Unione Democraticocristiana e di Centro. Molte delle questioni evidenziate da Trabuio sono di permanente attualità.

Noi tutti siamo convinti che l’attuale sistema politico sia ingessato in uno schema poco naturale per la nostra storia italiana. Noi fondamentalmente siamo abbastanza creativi e individualisti da sentirci a disagio tra Scilla e Cariddi, sono ambedue dei mostri frutto incestuoso tra una pretesa di modernità imposta dalla cultura radicale di dieci anni fa e la cultura popolare italiana figlia dei Comuni e dei campanili.

A distanza di tempo possiamo dire che i risultati di questo incesto sono abbastanza visibili ai più degli elettori; meno visibile ai meno degli eletti che vivono delle rendite di posizioni occupate col sistema elettorale in vigore. Segno tangibile ed evidente del malessere del sistema politico è il menefreghismo assoluto (questo sì è maggioritario) di ambedue gli schieramenti riguardo al risultato del referendum sul maggioritario: nessuno dei due vuole cambiare sistema elettorale.

Quando civettano sul come cambiare questo sistema sembra di assistere ad una commedia tra comari, e questo la dice lunga sul senso di responsabilità e sui principi di democrazia reale ai quali si ispirano. Cosa possiamo aspettarci a breve e medio termine nello scenario politico italiano che possa favorire efficacemente il cambiamento, che favorisca il ritorno alla politica e alle urne dei milioni di cittadini italiani che sono stati espropriati del diritto di vedere i risultati del loro voto e che per questo motivo essenziale sono ormai demotivati e sfiduciati; data la evidente incapacità e la mancata volontà degli attuali attori del sistema di dare corso all’esito dei vari referendum.

Possiamo, forse, affermare mutuando un’espressione tratta dalla fisica e dalla filosofia, che al momento attuale un sano incremento dell’entropia del sistema politico è augurabile. Probabilmente un bombardamento con i neutroni di CCD CDU e DE può provocare un’esplosione e una riconfigurazione del sistema. Noi ce lo auguriamo, ovviamente. Sentiamo forte il desiderio e la motivazione di sfuggire alla logica tenagliesca dei due poli.

Qualche coordinata delle nostre origini culturali; del nostro essere Veneti: una volta eravamo famosi per essere polentoni, adesso siamo diventati famosi per essere ricconi. Così dicono le statistiche! Un secolo fa (quattro generazioni fa) nelle nostre terre regnava sovrana la pellagra, conseguenza necessitata del ladrocinio legalizzato dei latifondisti e dei proprietari terrieri nei riguardi dei braccianti e dei fittavoli. E’ da questa terra veneta e in quegli anni; da questa Padova, che Giuseppe Toniolo ha lanciata la sua sfida al sistema politico di quel tempo. E’ da Giuseppe Toniolo che bisogna partire per capire le nostre radici.

Noi siamo laici; ma i nostri valori; le nostre emozioni; il nostro cuore è là nella dottrina sociale della Chiesa cattolica. E’ dalla Rerum novarum che Giuseppe Tomolo è partito per fondare, prima “L’Unione cattolica per gli studi sociali in Italia”, anno 1894, tre anni dopo la promulgazione dell’enciclica.

Sentite quale definizione dava Toniolo di democrazia: “La democrazia nel suo contenuto essenziale può definirsi: quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali; giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori”.

Questa concezione di democrazia è stata successivamente allargata e migliorata nei contenuti socio-polltici dal pensiero del sindacalismo cristiano che l’ha depurata dai residui organicistici e corporativi portandola ad una più precisa identità moderna nella quale il ruolo del conflitto sociale viene visto come fattore di crescita e di sviluppo della democrazia stessa. Gli sviluppi successivi del pensiero di Toniolo hanno prodotto nel 1908 le prime federazioni nazionali sindacali di categoria.

Qui su questa terra Veneta sono nate le prime leghe bianche, i primi sindacati di contadini a capo dei quali; ricordiamolo sempre, c’erano i coraggiosi parroci di campagna, spesso incompresi dai loro vescovi e sempre contrastati dal padronato terriero che li contrabbandava come socialisti. Qui a Treviso, a cavallo della prima guerra mondiale, Giuseppe Corazzin ha organizzato sistematicamente i lavoratori delle campagne nelle leghe di categoria. Purtroppo morì giovane, chissà quale ulteriore ricca eredità di idee e di valori ci avrebbe altrimenti lasciato. Ancora, qui nelle nostre campagne i parroci hanno fondato le Casse rurali consentendo il riscatto sociale e morale di centinaia di migliaia di famiglie contadine.

Vedete, tutto questo nella dottrina sociale della Chiesa cattolica si chiama solidarietà! Non esiste nel vocabolario della dottrina sociale della Chiesa la parola assistenzialismo. Solidarietà vuoi dire crescere insieme, darsi una mano, progettare e costruire il futuro insieme. E noi vogliamo contribuire con tutta la nostra storia. Ricordiamo che strettamente correlato al principio di solidarietà c’è il principio di sussidiarietà. Oggi è tanto sbandierato come il termine federalismo. Quanti degli attuali attori del sistema politico sanno che questi principi venivano enunciati in quella storica enciclica di papa Leone XIII?

Come vedete, il tema oggi attualissimo del decentramento amministrativo e del federalismo fiscale, nella nostra cultura è sempre stato presente. E’ vero che c’è voluto un incubatore come la Liga Veneta per far rigermogliare queste piante di democrazia nel nostro sistema politico. Dico Liga Veneta con cognizione di causa. Oggi la Liga è defunta, ma una parte della sua eredità, quella sul federalismo, è rimasta. Tuttavia la Liga non ha saputo coniugare, per eccesso di etnocentrismo, il valore del federalismo con le opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati e dell’apertura delle frontiere.

Purtroppo il sistema mediatico nazionale, proprietà di potenti oligarchie finanziarie o dello Stato, hanno sempre messo in evidenza le esagerazioni di qualche gruppo di mentecatti. Mai nessun giornalista è andato oltre ad analisi banali da osteria o da salotto buono ottocentesco. Il Veneto e le sue genti non sono certamente rappresentati dai sindaci in camicia verde per i quali se un uomo non bestemmia, non fuma, non beve e non va puttane non è un uomo. Per noi e per le nostre radici, gli uomini e le donne sono prima di tutto persone! Come sono tali i “foresti’ che oggi numerosi vivono nella nostra terra lavorando nelle nostre aziende e nelle nostre campagne.

Nella cultura veneta, il “foresto” è sempre e comunque una persona da accogliere; anche se con un po’ di diffidenza. E anche in questa circostanza, ricordiamocelo, chi opera da decenni su questa frontiera sono le Caritas diocesane e parrocchiali e le innumerevoli Associazioni di volontariato, assistite anche e finalmente dagli Enti locali, molto meno dalla Regione che non riesce a spendere neanche i soldi che lei stessa si mette nei bilanci!

Un altro aspetto interessante della proposta culturale dei tre partiti che ci ‘intriga’ e non poco, è l’etica della responsabilità. In un ambiente culturale come l’attuale, dove se ci sono tasse da pagare sono sempre gli altri che le devono pagare, se c’è un lavoro da fare, c’è sempre qualche altro che lo deve fare; se c’è qualcuno che deve assumersi delle responsabilità, c’è sempre un alibi perché quelle se le assuma un altro; riportare al centro del dibattito culturale e politico, con un neologismo maccheronico, l’homo responsabilis, è un’innovazione strategica, certamente. Il dibattito su questo argomento è abbastanza recente ed è stato sviluppato prevalentemente nei paesi anglosassoni dove gli studi di sociologia dell’organizzazione aziendale e dei movimenti politici hanno definito le coordinate di un modello denominato empowerment, che significa dare potere delegando e darsi potere responsabilizzandosi.

Noi siamo convinti di questo assunto e vogliamo rischiare la nostra voglia di cambiamento impegnandoci in questa visione ambiziosa mettendo al primo posto il conseguimento degli obiettivi che i tre partiti hanno così efficacemente indicato, ritenendoci capaci di farlo, di avere la motivazione per creare consenso, per arrivare a quella massa critica di persone che accettano la sfida della responsabilità.

Non sarà facile. Un giorno chiesero ad Einstein come mai le politiche scientifiche avessero avuto in breve tempo così tanto successo e fossero così avanzate, mentre le politiche sociali fossero così lente e di ardua attuazione; Einstein ci pensò un attimo e poi rispose che le politiche sociali sono molto più complesse. E’ vero. Ma è anche vero, e la storia in qualche modo ce lo ricorda, che nessun ostacolo è insuperabile se ci si mette il cuore.

Noi siamo consapevoli di questo, e le nostre radici; i nostri valori; la nostra anima è su questa nuova frontiera, noi vogliamo cambiare le condizioni; vogliamo che la politica ritorni ad essere fatta dalle persone e per le persone. Questo vogliamo comunicare ai nostri interlocutori perché come ha detto bene l’economista francese Henri Desroche: “nessuna strada ha mai condotto nessuna carovana fino a raggiungere il suo miraggio, ma solo i miraggi hanno messo in moto le carovane”.

Ma questo non basta a giustificare la costituzione di questo nuovo partito.

La scelta fatta da Follini; Buttiglione e D’Antoni è lungimirante e non va valutata sul contingente effimero dell’attualità, va viceversa inquadrata in una prospettiva strategica di medio-lungo periodo, quando le ragioni della grande affermazione di Forza Italia lentamente si sfalderanno e gli elettori e i partiti riprenderanno la loro naturale tessitura politica per affrontare e risolvere i problemi di tutta la società e non solo di una parte di essa, e solo perché ha vinto le elezioni.

E’ una visione padronale della politica quella che ritiene che chi vince comanda. Il Governo non è un consiglio d’amministrazione, deve governare tutti gli italiani, anche quelli dell’opposizione, anche quelli che non vanno a votare, anche gli immigrati. Queste sono le ragioni profonde che ci vedono impegnati a dare alla politica un profilo alto e degno della persona umana, di tutte le persone, dall’embrione all’anziano malato terminale. Ecco perché ci ritroviamo a fare politica, non tanto per occupare potere o dare fastidio agli alleati. Non è questo l’obiettivo. De Gasperi, Schuman e Adenauer non hanno certamente costruito le fondamenta dell’Europa Unita per una banale questione di potere. C’erano e ci sono, perché eterni; dei valori da salvaguardare.

Ecco perché il Papa dice che l’Europa o sarà cristiana o non sarà. Perché quelle sono le nostre radici; a quei valori ci ispiriamo, a quei principi facciamo riferimento quando ci proponiamo per fare politica. Possiamo anche affermare che il nostro impegno deve essere quello di andare a parlare alle persone che hanno ancora voglia di spendersi su questa frontiera. E ce ne sono.

Dobbiamo ritornare a parlare con la gente di questo progetto. Siamo noi; saremo noi; gli artefici del nostro successo o del nostro fallimento.

Gianfranco Trabuio

Padova, anno 2002

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