In ricordo di Aldo Moro
Nel giorno del rapimento di Aldo Moro pubblichiamo la bella intervista fatta da In Terris-La voce degli ultimi, al prof Agostino Giovagnoli.

Aldo Moro: custode del disegno della democrazia
Nel giorno dell’anniversario del rapimento di Aldo Moro, Interris.it ha intervistato il professor Agostino Giovagnoli, docente emerito di Storia Contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano
16 Marzo 2026
A quasi mezzo secolo dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, quella vicenda continua a interrogare la coscienza civile e politica del Paese. Il sequestro dello statista democristiano da parte delle Brigate Rosse, il 16 marzo 1978, rappresentò uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana, mettendo l’Italia di fronte a scelte difficili e a interrogativi profondi sul rapporto tra la difesa dello Stato e il valore della vita umana. Ma la figura di Moro resta centrale anche per comprendere l’evoluzione della democrazia italiana e il contesto internazionale della Guerra Fredda. Interris.it su questo tema ha intervistato il professor Agostino Giovagnoli, docente emerito di Storia Contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano.
L’intervista
Professor Giovagnoli, il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro. Che cosa significò quel momento per la storia della Repubblica?
“Quel momento ha segnato certamente un passaggio drammatico nella storia della Repubblica e direi che pose la Repubblica e tutti gli italiani davanti a una questione tragica nel senso proprio della parola. Vale a dire una questione apparentemente irrisolvibile: quella di dover scegliere tra il valore della vita umana e la difesa dello Stato. Non condivido invece quelle interpretazioni che vedono nel rapimento e poi nella morte di Moro uno spartiacque nella storia della Repubblica, nel senso che il corso successivo sarebbe stato determinato da quella vicenda. Fu certo un evento molto importante, ma non credo che abbia segnato da solo l’intero sviluppo successivo della vita politica italiana.”
Quali furono gli aspetti più qualificanti dell’azione politica di Aldo Moro sul piano della politica interna ed estera?
“Aldo Moro ha svolto un ruolo unico nel periodo compreso tra il 1959, quando divenne segretario della Democrazia Cristiana, e il 1978, anno della sua morte. Un ruolo che potremmo definire di ‘regista’, cioè di colui che in qualche modo tiene i fili del quadro politico complessivo, non soltanto della propria parte politica, ma dell’intero sistema. Fu il custode di un disegno più ampio, che era il disegno della democrazia. Moro è stato al centro dell’azione svolta dalla Democrazia Cristiana e dai suoi partiti alleati per conservare e sviluppare la democrazia in Italia, non solo di fronte al pericolo comunista, ma anche di fronte al pericolo neofascista, che non era mai stato completamente sconfitto. Sul piano della politica estera, direi che la sua azione per la pace è stata molto tenace e coerente. A questa si sono aggiunte poi alcune specificazioni importanti, come il suo impegno per l’Europa, per la difesa dei diritti umani e per l’aiuto allo sviluppo del Terzo Mondo.”
Il rapimento di Moro avvenne in piena Guerra Fredda. Che cosa ci insegna oggi quella vicenda, in un mondo che sta attraversando una nuova fase di forte polarizzazione?
“La vicenda di Aldo Moro ci insegna che, quando prevale l’ideologia, la vita umana non conta più nulla: l’essere umano, la persona, non contano più niente. Oggi vediamo in diversi contesti il ritorno delle ideologie, come in qualche modo accadeva allora, anche se naturalmente con caratteristiche diverse. Pensiamo, per esempio, alle varie forme di ideologia Maga presenti negli Stati Uniti nelle sue differenti articolazioni, all’ideologia imperiale della Russia di Putin, all’idea della ‘grande Ungheria’ cui si collega Orbán, oppure all’ideologia nazionalista che si manifesta in Cina.”