Giustino Fortunato, profeta del Mezzogiorno reale

C’è un luogo, nel cuore dell’Appennino lucano, dove il vento sembra sussurrare i pensieri di chi ha saputo guardare lontano. Siamo a Rionero in Vulture, area nord della Basilicata. Qui, tra terre che hanno visto passare cavalieri normanni e svevi, cavalieri Templari, i falchi di Federico, e poi francesi e aragonesi, è nato un uomo, che ha fatto del “vero” la sua unica religione civile: Giustino Fortunato (Rionero 1848 – Napoli 1932).

     Responsabilità sottile, parlare del Fortunato qui, ai piedi del Vulture, a Rionero, dove la sua ombra sembra ancora camminare con passo lento verso la sua biblioteca. Perciò don Giustino non è un busto di marmo, ma interlocutore vivo che informa come operare, come fare ricerca, come raccontare il vero storico.

     E dopo aver raccontato nei precedenti episodi la grandezza luminosa di Ruggero, Federico e Manfredi, Alfonso d’Aragona e Ferdinando di Borbone, Giganti dei regni, mi tocca proprio fare i conti con l’uomo che ha guardato il Sud quando non era più un regno, ma una “questione” aperta. I suoi libri: Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, Pagine e Ricordi parlamentari, La Badia di Monticchio, La questione meridionale e la riforma tributaria, Dopo la guerra sovvertitrice, Dieci anni di vita politica, Notizie storiche della Valle di Vitalba, Riccardo da Venosa e il suo tempo, Appunti di storia napoletana dell’Ottocento, Rileggendo Orazio.  

     Si è spesso discusso, e talvolta abusato, di una sua presunta definizione del Sud come “sfasciume geologico”. Ma al di là delle formule sintetiche care alla storiografia, resta il cuore del suo pensiero: il Sud è un corpo fragile che l’Unità d’Italia ha rivelato nella sua drammatica nudità. Per Fortunato, il Mezzogiorno non era una colpa, ma una condizione che richiedeva una cura razionale, moderna, italiana. Una cura che non v’è mai stata.

     Ma la verità, si sa, divide. Chi lo definiva “Apostolo del nulla”, chi, ancora peggio, pessimista senza approdo, un pessimismo che giustificava l’immobilismo dello Stato, quasi che la natura fosse un alibi per la politica. Il primo a dolersene era proprio il Fortunato, anche con i corregionali, come leggiamo nelle sue lettere, i quattro volumi del Carteggio, editi da Laterza Editori, tra il 1978 e il 1981. O nel prezioso volume “Scritti Politici di Giustino Fortunato”, edito da De Donato nel 1981, con la curatela di Francesco Barbagallo. Cercateli, trovateli, comprateli: io non ve li presterò. Meglio dire, non mi priverò di tali fonti di sapere.

     A voler sintetizzare il pensiero del nostro don Giustino, propongo almeno tre nuclei narrativi essenziali: 1) Determinismo geografico e Pessimismo della realtà”; 2) L’Unità d’Italia come redenzione morale e rovina economica; 3) Critica al trasformismo e allo Stato fittizio.   

     Il Mezzogiorno non è una terra naturalmente ricca e mal governata ma terra naturalmente povera. Il territorio è fragile, segnato da malaria, montagna arida, assenza di pianure fertili irrigue. Fortunato è il pensatore che smantella il mito del “giardino d’Europa”. Chiedeva infrastrutture e bonifiche concrete. Era fedele all’Unità e alla Monarchia (“Non sono repubblicano né mazziniano ma amo profondamente il Mazzini”, Carteggio). L’Unità d’Italia è redenzione morale, ma l’unificazione economica – sistema tributario piemontese e protezionismo industriale del Nord – ha distrutto le fragili economie meridionali. Il Sud pagava tasse da Paese ricco pur essendo povero: cioè sovvenzione all’industria del Nord. Il Trasformismo non è solo una pratica parlamentare (quella inaugurata da Depretis), ma il sintomo di una malattia morale e strutturale del Mezzogiorno per assenza di una vera borghesia produttiva. I parlamentari del Sud non vanno a Roma per attuare un programma politico di ampio respiro, ma per negoziare piccoli favori locali. In estrema sintesi: poiché la terra non rende e l’industria è carente, la classe media meridionale cerca l’impiego pubblico o il favore politico. Lo Stato così diventa non garante di diritti e di doveri ma distributore di privilegi e il legame tra l’elettore e l’eletto è basato sulla gratitudine e non sul diritto di cittadinanza. E’ chiaro che va avanti chi è più abile a parlare e a distorcere le norme rispetto a chi invece impegna tempo e studio per conoscere la geografia e l’economia. L’abilità retorica serve a mascherare l’assenza di principi e assenza di conoscenze e studio del reale.

     Giustino Fortunato è essenzialmente questo. E tanto altro ancora. “Facciamoci amare” era solito esortare i colleghi deputati. I suoi testi, le sue lettere, sono miniere di informazioni utili. E come vedete, pensiero poderoso, che consente di sviluppare temi privilegiati ancora oggi. Il territorio va pensato in modo organico. Tutto il territorio del Sud va pensato insieme con tutti se davvero vogliamo rompere la spirale che trascina verso il basso.

     Mi permetto di ricordare un fatto. Legge speciale per il Mezzogiorno, 1904. Fortunato non la votò in Parlamento. Un paradosso: il padre del meridionalismo che non vota la Legge per il Sud. Quella legge, voluta da Zanardelli principalmente, il Fortunato la considerava un “rimedio empirico”, elemosine di Stato, interventi a pezzi che non affrontavano il problema strutturale, risorse economiche che alimentavano clientele locali e corruzione delle classi dirigenti meridionali. Una critica salutare alla frammentazione degli interventi economici.

     Giustino Fortunato chiedeva una riforma organica del Sud e dell’Italia. Aveva una visione di insieme. Lo scrittore rionerese prof. Vincenzo Buccino, trasferitosi a Cervia, in Romagna, mi aveva dettato una epigrafe, nel 1981, indicata per il busto del Fortunato nel giardino della casa palazziata: “Sapienza nutrita di storia, vita austera per virtù, cuor palpitante per le sorti della sua gente, e dell’Italia”. Piccole misure non servono per risolvere un grande problema.  

     La Macroregione che auspichiamo si pone come sintesi: un ritorno a una visione d’insieme che Fortunato invocava, superando l’assistenzialismo che tanto odiava.

     Cinque regioni insieme entro una visione formano una massa critica nei confronti dell’Italia e dell’Europa, se ancora ce ne fosse una. Senza una politica di tutela del territorio nessuna struttura politica regge. Il drenaggio di risorse dal Sud verso il Nord è il cuore del pensiero politico del Fortunato. Un secolo dopo, tutto o quasi come prima.

     I cinque governatori del Sud, tutta gente esperta, tutta gente pratica della pubblica amministrazione, si incontrino per trovare soluzioni. Noi ne suggeriremo alcune, in punta di piedi. Il resto, il molto, il tutto lo dovranno fare loro, i cinque governatori del Sud: Macroregione come cooperazione.

Ecco allora la traccia, la linea di forza che da Fortunato arriva fino a noi. La sua lezione ci dice che il Sud deve smettere di pensarsi per frammenti. Lo spopolamento dei nostri borghi, l’emigrazione intellettuale che svuota le nostre classi e le nostre case, è la ferita moderna di quel “paese condannato”. Che non accettiamo.

     Come “gente libera che ragiona”, vediamo nella cooperazione tra le nostre regioni l’unica risposta possibile. La Macroregione Sud non è un sogno nostalgico, ma la traduzione politica del meridionalismo di Fortunato: unire le forze per contare di più, per essere il ponte verso la civiltà del Mediterraneo.

     Per questo, vi invitiamo a un appuntamento che vuole essere memoria e progetto. Sabato 21 marzo 2026, a Rionero in Vulture, il Centro Studi Leone XIII terrà un convegno di studio. Non sarà un esercizio accademico, ma un cantiere di futuro.

     Discuteremo di come la cooperazione tra le 5 regioni del Sud possa far risorgere le nostre comunità. Lo faremo nel nome di Giustino Fortunato, non apostolo del nulla, ma profeta di una rinascita che parte dalla verità. Vi aspettiamo a Rionero, per disegnare insieme un nuovo percorso, all’interno della nostra Italia, bene comune di tutti.

Pasquale Tucciariello, Centro Studi Leone XIII

Rionero in Vulture, 7 gennaio 2026

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