C’erano una volta i partiti
Ospitiamo un interessante e lucido intervento di Paolo Giaretta alla tavola rotonda organizzata a Venezia dal circolo ARCI il 27 Novembre 2024.
Quale è il significato di ripercorrere l’esperienza dei partiti fondatori della democrazia repubblicana? Mettendo insieme esponenti di partiti che nel tempo si sono combattuti e poi incontrati, che oggi non esistono più pur avendo lasciato una importante eredità nella storia repubblicana?
Bisogna intanto rifuggire, particolarmente per chi ha vissuto quelle esperienze, da un umanissimo sentimento di nostalgia che rischia tuttavia di impedire un racconto rispettoso della realtà: nostalgia in fondo di una giovinezza con la vita davanti, delle speranze che hanno animato l’impegno politico. Del resto, ognuno di noi può̀ aver avuto un nonno che iniziava una critica po’ sconfortata del presente con il classico “ai miei tempi” …
La finalità̀ piuttosto può essere quella di indagare come i leader della “Repubblica dei Partiti” (così la ha chiamata lo storico Pietro Scoppola al posto della locuzione senza significato Prima Repubblica) siano riusciti a costruire un duraturo rapporto di fiducia con gli elettori, che ai partiti affidavano largamente le proprie speranze per un futuro migliore.
In un paese complicato, uscito dalla sciagurata avventura della guerra nazifascista, impoverito, diviso politicamente, sul crinale della divisione del mondo tra Est e Ovest, con il più̀ grande partito comunista dell’Occidente e un inedito partito di cattolici che sfuggiva alle classificazioni tradizionali, un’aspra contesa politica, una parte del paese sottosviluppata economicamente e culturalmente, con un alto tasso di analfabetismo.
Eppure, leader lungimiranti e coinvolgenti seppero costruire fin dall’inizio un rapporto di fiducia. Alle elezioni per l’Assemblea costituente nel 1946 votano per la prima volta le donne e vota una larga fascia di elettorato che non aveva mai potuto votare liberamente: le ultime esperienze erano state nel 1924 con la illiberale legge Acerbo e con i falsi plebisciti del 1929 e 1934. Il 2 giugno del 1946 vanno a votare l’89% degli aventi diritto, in Veneto il 91,5%: con una campagna elettorale avventurosa, i quotidiani scarsamente diffusi anche per la mancanza di carta, le comunicazioni precarie ancora per i danni bellici… Nel 1979, in un paese attraversato da forte tensioni sociali, con l’Autunno caldo e le proteste studentesche vota il 94% degli elettori, nel 1992, ultime elezioni con l’assetto politico uscito dalle grandi prove elettorali del 1946 e del 1948, con il sistema dei partiti già logorato, vota comunque l’87,3%. Risultati che rendono ancora più̀ sconfortanti i dati attuali: alle politiche del 2022 vota il 63,9% del corpo elettorale, alle europee di quest’anno siamo scesi sotto la soglia del 50%, con il 46,7%. Alle ultime regionali in una regione come l’Emilia-Romagna in un territorio tradizionalmente orientato alla partecipazione politica ha votato il 46,42%, a riprova che siamo di fronte ad una grave crisi democratica: la presenza del voto di preferenza, il sistema proporzionale, la maggiore vicinanza territoriale non hanno corretto la grave tendenza all’assenteismo.
Un rapporto di fiducia conquistato e mantenuto con un duro lavoro politico, di elaborazione culturale, di innervamento nel paese che ha consentito di superare momenti di grande difficoltà: pensiamo alla crisi del 1960 con il tentativo del Movimento Sociale di inserirsi nella maggioranza politica e durissimi scontri nel paese, la stagione degli scioperi dell’autunno caldo, fino alla drammatica prova del terrorismo. Il sistema politico ha comunque tenuto, l’asprezza dello scontro è stata contenuta entro il binario del patto costituzionale, avendo a cuore gli interessi generali del paese.
Pensando a quelle vicende individuo quattro elementi di forza che hanno consentito ai partiti di svolgere quel ruolo positiva per la democrazia italiana.
Una proposta di senso
Il primo è stato la capacità di offrire alle masse popolari una proposta di senso, di indicare una direzione di marcia in grado di nutrire speranze singole e collettive per un futuro migliore. Leader autorevoli (non necessariamente autoritari) sapevano offrire una agenda politica lungimirante, avendo ben presente i vincoli del presente, ma sapendo spingere lo sguardo oltre. Oggi l’agenda politica viene condizionata dalla emotività̀ del momento, i leader tendono a compiacerla piuttosto che a combatterla, accontentandosi di un consenso necessariamente transeunte perché́ fondato appunto sull’emotività̀. Pensiamo a quando i leader politici si trovarono di fronte alla sfida della Costituente. Oggi ci sembra un fatto ordinario che sia stata votata a larghissima maggioranza, ma fu una scelta lungimirante niente affatto scontata. Infatti, in casa democristiana vi era chi riteneva un grave errore dare questa legittimazione ai comunisti e ambienti cattolici conservatori, guidati dalla prestigiosa Civiltà̀ Cattolica, la rivista dei gesuiti, cercarono in tutti i modi di ostacolare questo risultato. In casa comunista vi era chi pensava sbagliato legarsi ad un patto costituzionale, togliendo libertà d’azione in previsione di una possibile futura azione rivoluzionaria. De Gasperi e Togliatti contrastarono con veemenza queste tendenze: era già̀ rotto il patto del governo del CLN, comunisti e socialisti erano passati all’opposizione, ma De Gasperi ben conosceva la fragilità̀ della democrazia appena ricostruita e riteneva un grave errore dividere il paese sulla carta fondativa del nuovo assetto democratico e Togliatti con realismo sapeva che dopo gli accordi di Yalta non vi era alcuno spazio per ipotesi rivoluzionarie in un paese occidentale e che era necessario per il Pci legittimarsi come partito costituzionale. Se avessero seguito le parti più̀ faziose avrebbero procurato un grave danno al paese. Così quando si avviò l’esperienza di centrosinistra nel 1963 Aldo Moro dovette affrontare una durissima resistenza degli ambienti più̀ conservatori della Dc, sostenuti da una parte dell’episcopato che riteneva un pericoloso cedimento dottrinale la collaborazione con i socialisti e minacciava di provocare una scissione nella Dc, Pietro Nenni venne ad un certo punto messo in minoranza nel consiglio nazionale socialista e faticò molto a tenere aperta la prospettiva del centrosinistra. Pagarono anche un prezzo elettorale alle elezioni politiche, la Dc perse quattro punti percentuali, ma si aprì una nuova prospettiva politica che portò a importanti riforme sociali: la scuola per tutti, la riforma sanitaria, quella pensionistica, lo statuto dei lavoratori, ecc. leader che affrontarono battaglie scomode pensando al futuro e non si fecero condizionare dalle difficoltà del presente.
Recente è l’impegno di Moro e Berlinguer per aprire nuove prospettive politiche, vincendo resistenze cospicue, non occorre che qui ne parli, ma anche in questo caso una azione politica lungimirante cercava di dimostrare la necessità di un cambio di passo in cui il carisma del leader era capace di vincere le resistenze degli apparati e convincere gli elettori.
Leadership autorevoli ma non solitarie. Parlo della storia della Dc che conosco meglio. Quando Moro guida l’apertura a sinistra comprende tutte le difficoltà che deve affrontare. Da segretario nazionale al Congresso di Napoli del 1962 parla 6 ore (incredibile solo a pensarlo oggi: ciò̀ che colpisce è che ci fosse un auditorio disposto a seguirlo…) per motivare il passo politico necessario, tranquillizzare i timorosi ed evidenziare la necessità di questo passo. Poi nel 1963 il via libero definitivo viene dato da un Consiglio Nazionale che si tiene per 5 giorni dal 29 al 2 agosto, con un altro fluviale intervento di Moro, che occupa 80 pagine del volume degli atti (sì, si pubblicavano e diffondevamo gli atti delle riunioni degli organi politici), un articolatissimo dibattito che vede l’intervento di 76 dirigenti… Nulla di simile avviene adesso, decisioni anche strategiche (penso ad esempio alla decisione di costituire il governo tra Pd e Movimento 5 stelle) vengono prese in riunioni di poche ore, con scarni documenti, con interventi di leader che non lasciano traccia se non nella nuvola dei social. Naturalmente è cambiata la società̀, il modo di comunicare, con il rumore di fondo di un incessante pettegolezzo nel web: fake news, slogan che durano un giorno, ecc. A volte mi chiedo se grandi leader come De Gasperi, Togliatti, Moro, Berlinguer sarebbero riusciti a gestire questa dispersiva nuvola comunicativa, a questa dittatura del presente. Agivano in un altro mondo, in cui l’articolo su un quotidiano poteva essere l’annuncio di una nuova via, veniva studiato dai militanti, generava un dibattito largo. Modelli non replicabili oggi, ma è questo modo di operare che assicurava una solidità̀ alla linea politica, consentiva di durare nel tempo in un rapporto fiduciario con gli elettori e costruiva gli strumenti culturali e politici per guidare il popolo sulla strada dei cambiamenti necessari. Se si guarda oggi una rassegna stampa o si entra nei siti dei partiti, anche del Pd che è quello che ha maggiormente conservato l’imprinting dei partiti originari, non si trova alcun solido e argomentato documento politico, che guidi i militanti, che possa ispirare una azione politica, che convinca i dubbiosi.
Comunità̀ vitali nel tessuto della società̀
Il secondo punto di forza è stata la capacità di essere comunità̀ vitali, capace di vivere pelle a pelle con la società̀, di innervarla e di esserne innervati. Partiti accompagnati da un solido progetto organizzativo. Perché́ nulla dal punto di vista del consenso poteva considerarsi regalato, doveva essere il frutto di un capillare lavoro politico. Modelli diversi tra i diversi partiti. Parlo della Dc che è il partito in cui ho militato. Quando Amintore Fanfani diventa segretario politico nazionale nel 1954 ha l’ambizione di costruire un impianto organizzativo capace di competere con la solida esperienza del Pci e nello stesso tempo di rendersi maggiormente indipendente dalle strutture parrocchiali. Così descrive l’azione svolta due anni dopo, ed è interessante per capire quali fossero i mezzi da sfruttare per la propaganda politica e il dialogo con i militanti di base: “2441 nuove sezioni furono costituite, 6887 sezioni furono dotate di bandiera, 1959 di radio, 343 di televisore; il Movimento femminile in due anni ha acquisito ottantamila nuove iscritte, il Movimento giovanile ha acquisito attraverso feconde discussioni e dibattiti forza interna e leadership internazionale”. Emerge perciò̀ l’idea di sezioni come presidi territoriali, in cui svolgere attività̀ sociale e non puramente politica.
Aggiungo qualcosa sulla struttura della Dc padovana a metà degli anni 60, il periodo delicato del cambiamento degli equilibri politici con la realizzazione del centro sinistra, anche nelle realtà̀ locali. L’impianto organizzativo della Dc padovana poteva contare allora su 213 sezioni in 102 comuni, su 30.000 iscritti, 80 sindaci, oltre 1500 consiglieri comunali. Certo era una presenza facilitata dalla contiguità̀ con le organizzazioni del laicato cattolico, in cui si era formata la quasi totalità̀ della dirigenza politica, ma era una struttura che penetrava in profondità̀ nella società̀; del resto spesso i dirigenti locali della Dc erano quelli che animavano gli asili parrocchiali, le sagre, i donatori di sangue, le società̀ sportive, tutte strutture che si consolidavano all’interno del mondo cattolico. Non era un apparato solo formale. Nel biennio 1965 – 1966 la Dc padovana tenne 1206 incontri, tra incontri di indirizzo politico (erano gli anni di consolidamento del centro sinistra), di preparazione per le scadenze elettorali, di natura organizzativa (congressi di sezione e di zona, preparazione delle manifestazioni, ecc.).
Sono modelli non replicabili in queste forme nella società̀ come è fatta oggi. Però serve a comprendere che il largo rapporto di fiducia che si conquistavano i partiti era figlio di un capillare lavoro politico: conoscere il popolo come è fatto, rappresentarlo, affiancarlo nelle battaglie sociali. E a fianco dei partiti il Sindacato: si parlava allora di cinghia di trasmissione per la CGIL e di collateralismo per la CISL, era comunque un rapporto dialettico, forse più̀ forte per la CISL, ma comunque erano mondi che si arricchivano a vicenda.
La Dc aveva un quotidiano “Il Popolo” e un settimanale “La Discussione”, che tuttavia non avevano la diffusione militante che caratterizzava L’Unità e Rinascita. Erano strumenti più per i dirigenti, comunque ospitavano largamente gli atti dei congressi, dell’attività̀ degli organi nazionali, l’illustrazione delle iniziative governative, ecc. Un articolo sul Popolo del Segretario Nazionale era comunque un documento da studiare e diffondere.
Formazione politica e trasmissione di saperi
Un terzo elemento di forza è stata la cura posta nella formazione delle classi dirigenti dei partiti. Erano le famose scuole di partito, anche qui con un impianto capillare, che partiva da una formazione di base a livello comunale e provinciale per arrivare alla scuola centrale di partito. Nel caso della Democrazia Cristiana i corsi nazionali si tenevano alla Camilluccia, una struttura alle pendici di Monte Mario a Roma ove si tenevano i corsi residenziali.
Per comprendere la natura dell’investimento formativo che anche la Dc faceva per reclutare nuovi quadri dirigenti posso raccontare la mia esperienza di giovane studente universitario, attivo nei movimenti studenteschi, selezionato alla fine degli anni 60 dopo un colloquio con il Segretario provinciale e invitato ad un corso residenziale di una settimana sul lago di Garda. Una cinquantina di giovani sottoposti a quattro lezioni giornaliere con abbondante materiale formativo. Ricordo ancora una dispensa di oltre 200 pagine in cui si illustravano i motivi filosofici, politici, economici e sociali che dovevano reggere il rapporto di alleanza con il Partito Socialista. Alla fine della settimana una tesina e un esame finale, inviando quelli che apparivano i migliori secondo i risultati e la sensibilità̀ del direttore del corso alla scuola nazionale alla Camilluccia.
Era un sistema che motivava e formava i giovani che aderivano al partito, costruendo anche un insieme di relazioni umane che rafforzavano l’azione politica nel territorio: con alcuni dei frequentanti di quel corso abbiamo conservato per decenni una consuetudine di amicizia e azione politica. Non vi era solo la formazione sui principi ideologici del partito, vi erano anche manuali pratici per organizzare la propaganda, ad esempio era di grande diffusione un manuale che proponeva gli elementi di propaganda maggiormente usati dal Pci e come rispondere a tono nel merito. Oppure ho presente un manuale distribuito tra tutte le sezioni che forniva gli elementi per l’analisi dei risultati elettorali: con capitoli che illustravano come studiare le caratteristiche dell’adesione politica ed elettorale, i fattori individuali e sociali dell’orientamento politico, l’utilità̀ di ricerche statistiche prima e dopo le elezioni, l’impostazione statistica e sociologica nello studio della situazione politica di un comune.
Selezione democratica dei gruppi dirigenti
Infine, un ultimo elemento significativo consisteva nei processi di selezione competitiva nella formazione degli organi decisionali del partito e delle delegazioni istituzionali: comuni, province, parlamento e dal 1970 le Regioni.
Oggi se penso anche al mio partito, il Pd, i meccanismi di selezione sono tutti verticistici e leaderistici. I congressi ai diversi livelli territoriali fino al nazionale sono competitivi solo sul nome del leader, che fidelizzano le liste di sostenitori rigorosamente bloccate e decise dall’alto, senza nessuna possibilità̀ di selezionare dal basso la formazione degli organi dirigenti.
Peggio ancora per la designazione delle liste per Camera e Senato: anche in questo caso liste bloccate, decise da ristrettissimi vertici nazionali, prevalentemente con il criterio della fedeltà̀ al capo del momento, poco valutando esperienze pregresse, conoscenza dei meccanismi parlamentari, competenze specifiche necessarie per un serio lavoro parlamentare.
Racconto ancora una volta l’esperienza della Dc così come la ho conosciuta a Padova e nel Veneto. Gli organi si formavano in Congressi ai diversi livelli dove votavano tutti gli iscritti, votando le diverse liste presentate e nelle liste con possibilità̀ di voto di preferenza i nominativi che ritenevano più̀ rappresentativi del loro sentire. Le liste erano collegate a mozioni politiche che venivano presentate nelle oltre 200 sezioni della provincia, con un processo che si concludeva a livello provinciale per votare l’organo di governo provinciale. Chi veniva eletto era espressione di un autentico mandato della base e non di una scelta dal vertice.
Anche le indicazioni per la formazione degli organi istituzionali subivano questo processo partecipativo. Ho memoria della formazione della lista Dc per il comune di Padova alle elezioni amministrative del 1975. Le proposte delle candidature venivano vagliate una per una da una apposita commissione elettorale, rappresentativa delle diverse componenti, ma con la presenza del rappresentante del Movimento giovanile e di quello femminile. Votate una per una con voto segreto, e cadevano anche candidature illustri. E c’era poi il voto di preferenza a disposizione dell’elettore. Complessa anche la formazione delle liste per la Camera e per il Senato. Per il Senato in cui il collegio uninominale dava una previsione pressoché́ esatta della riuscita potevano essere candidate o personalità̀ di livello nazionale o parlamentari che avessero già̀ dimostrato con l’elezione alla Camera di avere un ampio suffragio. Per le candidature alla Camera si teneva naturalmente conto delle correnti interne e del peso demografico dei territori, ma poi c’era il voto di preferenza largamente praticato: per essere eletti nel collegio Padova, Verona, Vicenza Rovigo un candidato Dc doveva raccogliere almeno 40.000 voti di preferenza: espressione perciò̀ di un rapporto reale con l’elettorato, che doveva essere conosciuto, servito, rappresentato. C’era comunque un cursus honorum da rispettare: prima di fare l’assessore o il Sindaco imparavi a lavorare nel direttivo di sezione e in Consiglio Comunale, prima di fare il parlamentare, oltre ad avere il consenso popolare necessario, dovevi avere dimostrato qualità̀ politiche, di rappresentanza di mondi vitali della società̀, ecc.
Era un sistema che ti obbligava ad una certa umiltà̀: non volere avere tutto subito, la necessità di prepararsi, di godere della fiducia non di un vertice ma di una base che si esprimeva liberamente. Come disse una volta Nilde Jotti in una intervista a Dacia Maraini sulla sua esperienza politica: “non che fossimo migliori dei politici di oggi, ma le nostre robuste ambizioni erano contenute da un comune sentire”. Questa improvvisazione nella formazione del Parlamento spiega anche la pericolosa perdita di ruolo della funzione parlamentare: tutto si concentra sul Governo e sulle burocrazie ministeriali, perdendo quel prezioso rapporto con la società̀ che era assicurato da parlamentari realmente conoscitori del territorio che rappresentavano e portatori di esperienze consolidate. Non per tutti era così, ma per molti certamente sì.
Fine della Repubblica dei partiti: al loro posto il populismo
Il crollo della “Repubblica dei partiti” è dovuto a molte ragioni di carattere generale, a partire dal cambiamento radicale della geopolitica, con il dissolversi dell’URSS ed il crollo del muro di Berlino, con un cambiamento della società̀ e dei valori che esprimeva. Ci furono i tentativi di cogliere la necessità di nuove risposte per il nuovo che stava avanzando. Pensiamo in particolare ai tentativi generosi di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer di sbloccare il sistema politico italiano. Enrico Berlinguer che già̀ nel 1977 affermava: “occorre un atteggiamento nuovo: arrivare ad un progetto di trasformazione discusso fra la gente, con la gente. Si tratta come abbiamo detto più̀ volte non di applicare dottrine o schemi, non di copiare modelli altrui già̀ esistenti, ma di percorrere vie non ancora esplorate, e cioè̀ di inventare qualcosa di nuovo che stia, però, sotto la pelle della storia, che sia, cioè̀, maturo, necessario, e quindi possibile”. Aldo Moro già̀ nel 1968 diceva: “Certo noi opereremo nei dati reali della situazione, difendendo contro il disordine la libertà, l’ordine, la pace. Ma dovremo farlo, e questo è il fatto nuovo e difficile della nostra condizione, con l’animo di chi, consapevole delle strette politiche e delle ragioni del realismo e della prudenza, crede profondamente che una nuova umanità̀ è in cammino, accetta questa prospettiva, la vuole intensamente, è proteso a rendere possibile ed accelerare un nuovo ordine nel mondo”.
Per una via diversa ci fu il tentativo di Bettino Craxi di dare risposte nuove in un mondo che cambiava. Può̀ essere singolare leggere cosa pensava un politico come Antonio Bisaglia, spesso rinchiuso dentro l’immagine di un manovriero uomo di potere. In una intervista del 1975 a Giampaolo Pansa così diceva: “in certi momenti il centro sinistra sembra un morto che viene portato in giro affermando che è vivo. E tutti stiamo a questo gioco […] il paese ha una immagine stanca di noi, e l’immagine della Dc ha stancato il paese”.
Resta il fatto che l’esaurimento delle grandi funzioni svolte dai partiti usciti dalla Costituente trova delle ragioni anche nell’indebolimento di quei quattro fattori di forza che ho ricordato: leadership orientate alle ragioni del futuro pur nella concretezza dei rapporti di forza del presente, presidio della società̀ nelle sue diverse componenti, formazione di quadri politici competenti, assicurando una trasmissione dei saperi, selezione di gruppi dirigenti in modo competitivo. Così la stagione di Mani Pulite si abbatte su un sistema dei partiti già̀ in crisi strutturale. L’esito non sarà come qualcheduno si era illuso una rinnovata Repubblica degli onesti ma l’apertura di un lungo ciclo dominato da populismi di varia estrazione, dal ventennio berlusconiano, alla fortunata espressione della rottamazione, alla polemica sulla classe politica ridotta a “casta”, fino al vaffa grillino, con esito finale uno spostamento a destra del paese.
Un mondo nuovo, democrazia in pericolo
Resta ora davanti a noi l’eterno interrogativo di fronte ai tornanti della storia “Che fare?”. L’interrogativo che si poneva Lenin nel 1902 nel fortunato saggio “Che fare, problemi scottanti del nostro movimento”. Perché́ come ci ha ricordato Papa Francesco non siamo semplicemente di fronte ad una epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca.
Ciò̀ che abbiamo davanti non è semplicemente uno spostamento a destra delle opinioni pubbliche mondiali. Ciò che sta succedendo a partire dagli Stati Uniti è un orientamento dell’opinione pubblica che rinnega i fondamenti costituzionali e democratici su cui ha vissuto il mondo (almeno quello occidentale) dopo la caduta dei grandi regimi totalitari del 900.
Si sta realizzando ciò̀ che Hannah Arendt aveva previsto già̀ negli anni 60 del secolo scorso nel suo saggio sui totalitarismi: “Il suddito ideale del regime totalitario è l’individuo per il quale la distanza tra realtà̀ e finzione, tra vero e falso, non esiste più̀”. La destra sembra avere proposte attraenti per sconfiggere le paure dell’uomo contemporaneo predicando chiusure, odio contro il diverso, potere concentrato su un leader, ecc. Bisogna essere consapevoli di questo mutamento antropologico dell’umanità̀.
C’è un impoverimento del dibattito politico, caratterizzato sempre di più̀ da violenti scontri verbali senza contenuti programmatici. Come ha osservato la politologa Nadia Urbinati: “Ci siamo dimenticati lo stile dei rappresentanti di partito in una democrazia parlamentare. Che non sono capi di eserciti da combattimento; plenipotenziari che tutto possono dire e decidere; capi plebiscitari. E non vogliono sempre il tweet veloce e lapidario […] E a farci le spese in questa arena di gladiatori ringhiosi è la politica: che è discorso pubblico tra estranei, parlare di questioni e dialogare intorno a problemi”.
La sinistra deve saper rifondare un proprio pensiero sul mondo. Un mondo nuovo, in cui le ricette non possono essere quelle adatte ad un mondo che non c’è più̀. Possiamo usare la lezione del passato, ma occorre innovarla. Forse bisognerebbe riappropriarsi della parola sicurezza. Oggi declinata dalla destra avendo in mente barriere, esclusioni, paure, repressioni. Invece va riportata al suo significato originale. Quando nella seconda metà del 900 era il motore della costruzione di nuove sicurezze sociali e il fondamento delle politiche progressiste: sicurezza del lavoro, come livelli salariali e diritti di libertà, protezioni contro la disoccupazione, sicurezza per la salute, con diritto all’accesso al sistema sanitario senza distinzioni di censo, sicurezza previdenziale, per una età̀ anziana protetta, sicurezza per la scuola aperta a tutti, sicurezza per la casa con grandi piani di edilizia pubblica.
La sinistra deve recuperare questo spirito. Troppo spesso guarda indietro con nostalgia pensando di riproporre politiche non adatte al mondo nuovo che si è costruito (e le classi più̀ popolari votano a destra) oppure si concentra su temi identitari del tutto minoritari non conoscendo più̀ il popolo come è fatto.
Può̀ sembrare singolare che concluda queste riflessioni ricorrendo al pensiero di un uomo, Henry Kissinger, che non c’entra nulla con la sinistra. Però sono riflessioni di un uomo che ha conosciuto bene i meccanismi del potere e le strategie per il cambiamento: “La leadership è assolutamente essenziale nei periodi di transizione, quando valori e istituzioni perdono la propria rilevanza e i contorni di un degno futuro appaiono sempre più̀ incerti. In tempi del genere, agli uomini e alle donne di governo si chiede di pensare in maniera creativa e di fare diagnosi lucide. Quali sono le fonti del benessere – o del declino – di una società̀? Quali eredità del passato vanno conservate e quali corrette o abbandonate? Su quali obiettivi vale la pena puntare e quali prospettive, per quanto allettanti, vanno scartate? E, in ultima analisi, la propria società̀ ha abbastanza vitalità̀ e fiducia per sopportare qualche sacrificio come stadio intermedio da attraversare in vista di un futuro più̀ soddisfacente? Gli attributi essenziali di un leader che voglia assolvere questi compiti, e gettare un ponte tra passato e futuro, sono il coraggio e il carattere: il coraggio di scegliere una direzione tra varie opzioni complesse e difficili, il che significa disponibilità̀ a trascendere la routine, e la forza di carattere necessaria a restare fedeli a un piano d’azione i cui rischi e benefici si intravedono solo in parte al momento della scelta. Il coraggio fa appello alla virtù̀ quando occorre decidere, mentre il carattere rafforza la propria fedeltà̀ ai valori nel lungo periodo.”
Mi sembrano suggerimenti impegnativi ma preziosi. Anche per ricostruire una sinistra vincente.
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