La carità
una nota di Mario Giulianati
Primo pomeriggio, dopo la pioggia mattutina si è fatto strada tra le nuvole un frammento di sole pallido, che proprio non invoglia a fare i quotidiani miei quattro passi. Me ne resto in casa e giocherello con il computer. Una telefonata, quattro chiacchere e me ne esco dicendo una bannalità che mi ritorna, come un boomerang, con l’invito di “per carità non dire sciocchezze”. Ecco la “parola” che mi attrae. Una parola che viene usata spesso e che può avere significati molto diversi dipende da dove e come la collochi. Possiede un suo spazio ai livelli più alti, quelli che avvicina l’umanità alla sacralità. Ma serve anche al linguaggio più spiccio, quasi come una imprecazione, una invettiva. Per la religione cattolica penso sia collocata praticamente al centro dei valori che richiede di praticare ai suoi fedeli. Infatti, è una delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, affidando a quest’ultima il compito della dimostrazione dell’amore verso Dio: totale, incondizionato e senza alcun limite e tanto meno con un interesse personale. Cosa che, per qual che ne so, viene a volte dimenticata anche dai fedeli più rispettosi. Ovvero la carità, se non ho inteso male, significa per il fedele donare quanto più gli è possibile a quanti hanno bisogno e questo in nome di Dio. Quindi in concreto non è lui che dona, lui è solo il tramite del Signore Iddio. È Dio che fa la carità. Questo è l’anno di San Francesco che è sicuramente il santo della carità. Vittorino Andreoli, noto psichiatra, che conosciamo anche tramite la TV, definisce Francesco come il Folle di Dio. Niente a che fare con la pazzia. Al più dire sconsideratezza e lo leggerei come leggerezza e impulsività fuse assieme. Un altro Santo, Paolo di Tarso, lega il suo nome all’amore agape, un amore disinteressato, totale, assoluto, una delle virtù più importanti e nella Prima lettera ai Corinzi chiarisce il suo pensiero descrivendo la carità come azioni tangibili che nascono all’insegna del bene verso il prossimo e alla negazione di ottenere qualsiasi beneficio e riconoscimento e ci ricorda che anche doni straordinari non hanno valore alcuno senza la carità. La Chiesa Cattolica ha creato una istituzione apposita che si chiama, per l’appunto Caritas. Ma pure le altre Chiese Cristiane, e presumo non solo loro, hanno nell’operare l’impegno all’ esercizio della carità come missione. Oltre che l’invito, come accennato all’inizio di non dire sciocchezze vi è anche quello più che recita “per carità di Dio (altri quando lo scrivono mettono laicamente il d minuscolo, personalmente rimango nella tradizione) non metterti nei guai, non dire bugie, non raccontare favole e altri termini un po’ meno gradevoli. Tutti comunque appoggiati all’elemento forte che si chiama carità. Un intercalare diffuso è questo “fammi la carità (non cerca l’elemosina) non raccontare balle”. Insomma, la parola carità è una specie di “passe-partout” che apre, ma a volte chiude, un invito, un richiamo, un intercalare. Capita anche che si dica di una persona che ha molta dignità perché pur trovandosi in gravissime difficoltà non si mette in un angolo qualsiasi della città con la mano aperta o con il cappello a terra, oppure non bussa a nessuna porta. Persona che per l’appunto non chiede la carità a nessuno e cerca di tirare a campare per quanto gli è possibile. Il vocabolario della Treccani ci parla di provenienza dal latino carĭtas -atis ( ma pure dal greco) quindi di “affetto, amore” e ci ricorda che è l’amore che, secondo il concetto cristiano, unisce gli uomini con Dio, e tra loro attraverso Dio con: fervore, ardore di c.; virtù di c., anche tra i beati (Dante, Par. III, 64-90), ma pure con Amore, affetto, particolarmente verso i parenti o il proprio paese: “carità di patria; la carità del natìo loco (Dante); Furor di gloria, e c. di figlio (Foscolo)”. Questo ci assicura, tramite le parole del Sommo Dante, che non potremmo certamente definire populista un passaggio particolarmente interessante di questa stagione politica, ovvero che esiste una “carità” fatta di amore verso la famiglia, e il nostro paese, l’Italia. Trovo un testo su Il nuovo Braidese, diretto da Claudio Bo che mi riporta un vecchio modo di dire che mi pare essere stato dimenticato: “Per carità di Patria”. Gli anziani del tempo della mia gioventù lo usavano spesso, anche come intercalare, e pareva essere una cosa del tutto naturale, almeno fino a tempi più recenti che insinuarono nel comune chiacchierare una specie di contrarietà, di fastidio al pronunciare la parola Patria. In pratica aveva il significato di un suggerimento a contenersi dal dire e fare cose sbagliate, ma contemporaneamente era anche un rammentare che la “patria” era la grande casa di tutti. In sintesi, le due parole, carità e patria, erano un bellissimo messaggio di unità di intenti. Una unità sempre implorata, raramente realizzata. Ma non sempre l’esercizio della carità è un gesto di donazione di cose materiali o di espressione di sentimenti legati alla religione. A volte è quello che definiremmo un sorriso di fanciulla, una stretta di mano, pure una sincera pacca sulla spalla che significa approvazione e incitamento, anche partecipazione, una parola di serenità, un po’ di compagnia alla solitudine di una persona, e l’ascoltare gli altri senza dimostrare irritazione alcuna. Magari può apparirci un pochino stancante, ma in cambio avremo ricevuto noi un po’ di caritas di antica tradizione. Mi ritrovo improvvisamente davanti al computer e quindi arrivato al dunque delle mie elucubrazioni. Necessita trovare una morale, parola grossa e importante, meglio dire fare la sintesi e penso che esercitare la carità sia non solo un gesto di solidarietà umana ma anche di compartecipazione. Quindi un dare e un avere. Reciprocità. Non è poca cosa.
Vicenza, 19 novembre 2025