TEMPI NUOVI SI ANNUNCIANO ED AVANZANO IN FRETTA COME NON MAI
di ORIZZONTE
Pubblichiamo questa interessante nota sulla politica estera del nostro amico e collaboratore che utilizza il suo pseudonimo ORIZZONTE. Una visione strategica a vasto raggio aperta al confronto.
Abbiamo voluto parafrasare un brano del discorso che Aldo Moro pronunciò al Congresso nazionale della Democrazia Cristiana nel 1968 per stigmatizzare ora, come allora, il tornante storico che stiamo vivendo in questi ultimi quattro mesi, in cui le alleanze internazionali stanno subendo una profonda revisione sotto i colpi della nuova amministrazione insediatasi a Washington.
Certamente, in quella temperie, il riferimento era alla potentissima spinta che le istanze sociali, culturali, di costume, economiche, fatte proprie dal movimento studentesco prima e dalle masse popolari poi, avevano prodotto a partire da quando esse avevano varcato l’Atlantico (ricordiamo il Free Speech Movement della Università della California- Berkeley del 1964-1965) ed erano approdate in Europa, trovando nuovo sviluppo ideologico e forza, innanzitutto, in Francia (molti di noi ricorderanno il “Maggio francese”).
Oggi il contraccolpo sembra essere di diversa natura perché coinvolge, per la parte italiana ed europea, prevalentemente il versante delle relazioni fra gli Stati.
Noi, tuttavia, ben sappiamo come la politica estera influenzi quella interna. Le decisioni di difesa militare, di tutela dell’indipendenza politica del Paese, sono gravide di implicazioni etiche, finanziarie, industriali, psicologiche e sociologiche poiché richiedono all’intera cittadinanza la presa d’atto di un impegno, anche personale, che ne sostanzia lo spessore ed il senso di comunità d’intenti.
Non casualmente, infatti, il massiccio rifiuto alla coscrizione obbligatoria, manifestatosi in Usa durante la guerra del Vietnam (anche a seguito di quelle correnti di opinione sorte in California), portò, poi, all’esercito professionale (scelta, oggi, che, dopo gli insegnamenti forniti dalla guerra in Ucraina, combattuta come vera e propria guerra moderna convenzionale su ampi territori e non di bassa intensità, è ampiamente criticata in molti pensatoi militari, perché ritenuta insufficiente).
Non possiamo, né dobbiamo ignorare il fatto che il repentino riposizionamento degli Usa non è soltanto la scelta di una nuova strategia, ma è anche l’esito di precisi e diffusi orientamenti della società civile statunitense, oggi assai meno propensa e motivata ad affrontare rischi e disagi derivanti dalla partecipazione a guerre avvertite come non essenziali per la tutela della propria libertà (D. Filkins, “The US Military’s recruiting crisis”, www.newyorker.com, 3 febbraio 2025; G. Mariotto, Chi difenderà l’America depressa?, Limes, 3/2024).
Ad aggravare ulteriormente il nostro senso di disorientamento contribuisce l’applicazione di più alti dazi ai prodotti dell’Unione Europea, decisa dal nuovo Presidente degli Stati Uniti, il quale ha, anche, duramente criticato il comportamento degli alleati della Nato, lasciando intendere, già prima del suo insediamento alla Casa Bianca, che gli Usa potrebbero, addirittura, uscire dall’alleanza atlantica di cui, pure, furono i principali costruttori, ovvero, nel caso in cui noi non decidessimo di spendere più soldi nella Difesa, potrebbero cessare di difenderci (“Trump’s plan for Nato is emerging”, Politico, 2/7/2024; “Trump casts doubt on willingness to defend Nato allies “if they don’t pay”, The Guardian, 6/3/2025).
Inutile osservare quanto simili affermazioni abbiano minato improvvisamente il vincolo difensivo occidentale, poiché tutti sappiamo bene dalla Storia che, al di là degli obblighi dei Trattati, ciò che conta è, poi, la volontà politica di rispettarli (valga l’esempio dell’accordo di Budapest, del 1994, per la difesa dei confini ucraini). La fiducia reciproca è il primo dei beni che stanno alla base di un accordo ed il sale di ogni credibile deterrenza per amici e nemici.
Per il vero, simili torsioni non sono affatto nuove in politica, nè tantomeno, in quella estera.
Lord Palmerston, Primo Ministro inglese fra il 1700 ed il 1800, soleva affermare che non esistono alleanze permanenti, ma solo interessi permanenti.
Del resto, la stessa Italia conseguì vantaggi territoriali notevoli e cruciali, anche nell’Adriatico, passando dalla Triplice Alleanza (con Germania ed Austria, 1882) all’Intesa (con Russia, Regno Unito e Francia), nel giro di pochi mesi di negoziati segreti (Patto di Londra del 1915).
Stiamo assistendo alla realizzazione, molto repentina, di una nuova strategia che Washington ha deciso di realizzare per ridefinire le proprie priorità militari e, contemporaneamente, anche il proprio atteggiamento di proiezione economica, ad esso strettamente associato.
La ripresa di un forte protezionismo non è soltanto un mezzo per (a dire dei suoi ideatori) incrementare il gettito federale senza alzare le tasse all’interno degli Usa, nonché per spingere, sul lungo periodo ( solo in ottica prolungata potrebbe avere successo), le aziende straniere ad insediarsi sul suolo statunitense, assumendo personale americano e condividendo tecnologia, ma è, certamente, anche una esplicitazione della necessità, da parte statunitense, di ridefinire nuove aree di influenza, al cui interno mantenere ed incrementare il proprio peso, recidendo, il più possibile, i legami con Stati che sono percepiti “avversari strategici” degli Usa: in primis la Cina (ma, in futuro, anche altri, in altri continenti).
Il desiderio di rinserrarsi nell’area geografica dell’America del Nord (donde le dichiarazioni sulle annessioni di Canada e Groenlandia, ma anche la ripresa del controllo del canale di Panama), concentrando su di esso la propria difesa e sicurezza, origina dalla presa d’atto della impossibilità di gestire un conflitto militare su due fronti in contemporanea, come accadde nella seconda guerra mondiale e come era, in parte, previsto prima di questa svolta epocale.
Spinti, come dicevamo, da un nuovo orientamento della popolazione più isolazionista, meno propenso a farsi invischiare in guerre avvertite come lontane e sanguinose (Iraq, Afghanistan, Siria), gli Usa di oggi sembrano spingere gli europei a difendersi maggiormente da loro stessi, mentre tentano il ristabilimento di nuove relazioni strategiche con Mosca (specialmente in zona artica), cercando di attenuarne l’abbraccio, necessitato dalla guerra ucraina, con Pechino.
Anche, probabilmente, a costo di “sacrificare” parzialmente Kiev, riassegnando, forse, alla Russia quello status e, magari, quelle zone di interesse in est Europa che, a partire dal 2014, quest’ultima ambiva di riprendersi dopo l’autoscioglimento del Patto di Varsavia nel 1991, imposto dalle conquiste di Stalin nel 1945.
Doppia sfida dunque: allentare la relazione sino russa sia per consentire un più agevole ingaggio futuro del gigante asiatico, sia per incunearsi nel progetto dei BRICS, che potrebbe sfociare in un’ampia alleanza, sia pure non omogenea, ma in grado di insidiare il predominio del dollaro, dello stesso sistema bancario e dei capitali statunitensi (il tema di come rifinanziare il grande debito pubblico americano è una delle più impellenti esigenze per l’attuale amministrazione).
Reindirizzando l’interesse verso una politica oltremodo di distensione (o forse di più) con Mosca, si è, però, data ad essa una insperata opportunità di giocare al meglio i propri interessi anche verso la Cina, bisognosa di rafforzare i legami con la Russia, sia per fare fronte agli Usa (in Mar cinese meridionale innanzitutto), sia per ampliare il formato dei BRICS, al fine di coagulare quanti più Paesi intorno a quel progetto di lungo respiro per la costruzione di un ordine internazionale (anche economico) alternativo a quello euroamericano.
Questa riprogettazione ha, prevedibilmente, impaurito alcuni Stati che, per storia e vissuto dei suoi cittadini, temono, ora, di finire possibili prede di una estensione, manifesta od ibrida, verso l’Europa dell’est, della Russia: Polonia, Moldavia, stati baltici, repubblica ceca, Finlandia, Svezia e Norvegia (l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, hanno, di fatto, creato una gigantesca limitazione di movimento alla flotta del nord della Russia).
E’, comunque, vero che gli Stati Uniti continuano ancora a possedere un dominio incontrastato sul piano della difesa-offesa nucleare e degli apparati spaziali (la valutazione qui è sulla dottrina d’impiego, oltre che sulla parte tecnologico innovativa) e sul controllo di tutti gli oceani, grazie ad una flotta poderosa (di superficie e sottomarina) che, pur nella crescita impetuosa di quella cinese ed indiana, è in grado di bloccare gli accessi a tutti gli stretti cruciali per il commercio mercantile globale, vera arteria che trasferisce le merci verso tutti i continenti.
Se questo pare essere il nuovo mutato quadro, ovviamente suscettibile di venire smentito, non possiamo trascurare di segnalare alcuni nuovi innesti che potrebbero arricchirlo in una irrisolta complessità.
Ci riferiamo, in particolare, da un lato, agli effetti delle dichiarazioni americane verso Canada e Messico (partner commerciali fondamentali per la catena del valore industriale americana e per alcune materie prime), dall’altro, all’attivismo dimostrato dalla Francia e scaturito dall’annunciato (non ancora attuato) ridimensionamento dell’impegno militare a stelle e strisce sul suolo europeo, a cui si è recentemente aggiunto il piano di riarmo nazionale di Berlino che ne potrebbe fare, in 6-7 anni, la nuova potenza militare convenzionale continentale di maggior peso, come lo fu nel corso del Novecento.
Sul primo punto, le recentissime elezioni in Canada hanno fornito la cartina di tornasole per valutare l’impatto delle dichiarate volontà statunitensi di fare di Ottawa il 51 stato dell’Unione (“How Trump’s “51 st State” Canada talk came to be seen as deadly serious”, New York Times 24/3/2025 e “Carney stresses Canada will never be for sale in first meeting with Trump”, Reuters 7/5/2025).
Ha vinto, con grandissima e netta maggioranza, l’ex Governatore della Banca d’Inghilterra Carney proprio con un programma di rigetto totale di ogni ipotesi annessionistica da parte degli Usa ed, anzi, nella disattenzione di molta stampa, pochi hanno notato che, essendo il Canada membro del Commonwealth of Nations, ha come suo capo di stato nientemeno che il Re Carlo III d’Inghilterra.
Infatti, Carney si è immediatamente premurato di iniziare una manovra di avvicinamento a Londra, per rinsaldare i legami, fattivamente, con la vecchia potenza colonizzatrice in funzione di bilanciamento e sottolineatura della propria indipendenza (“Carney visits Macron and Starmer as he seeks alliances amid Trump trade war”, The Guardian, 17/3/2025).
Cosa che non può non avere fatto piacere al Regno Unito che davvero, oggi, per eterogenesi dei fini, con il rapporto più stretto con Ottawa e con l’ Australia che ha rieletto il premier laburista Albanese, assai critico verso la politica di Trump (con cui i laburisti inglesi intrattengono stretti legami, “ Australia’s re-elected government says dark shadow of US-China trade war top priority”, Independent, 4/5/2025 ), vede profilarsi la realizzazione di quel suo ambizioso progetto di Global Britain, forte di due stati quasi continentali (Canada ed Australia), ricchi di materie prime ed in una posizione strategica importantissima per controllare le rotte in Atlantico e Pacifico, con ciò rilanciando il ruolo di Londra a tutto campo.
Capitale d’oltremanica che sta riavvicinandosi in modo serio alla UE ed alla Francia, sua omologa potenza atomica.
Analogamente, l’approccio duro di Washington sul Messico (130 milioni di cittadini in maggioranza cattolici, dei quali oltre 20 milioni immigrati in Usa), in tema di immigrazione illegale, ha portato sì ad un maggiore controllo dei confini fra i due paesi (circa 3.000 km di frontiera condivisa) da parte messicana (con grande riduzione degli ingressi illegali), ma ha anche fortemente rinvigorito il mai sopito spirito di rivalsa dei messicani verso gli Stati Uniti, iniziato con i rovesci militari che costarono loro la perdita del Texas, della California, dell’Arizona, del New Mexico, del Nevada e dello Utah fra il 1835 ed il 1848 e sta portando ad inedite prove d’intesa economica e politica fra Città del Messico, Mosca e Pechino (Figuera, Messico e Russia si cercano. Più di ieri, Domino, n. 4/2025; Perriello, Il Messico fra Cina e Stati Uniti, Domino n. 4/2025; Mexico expresses interests in strengthening cooperation with Russia, Spief 2025).
E qui veniamo al secondo aspetto, cioè all’attivismo di Parigi che, utilizzando i diversi mezzi, come la coalizione dei volonterosi (anche per rispondere all’espulsione da alcune sue ex colonie africane in cui Mosca si è insediata) per l’Ucraina, ha dato vita ad una nuova “Entente cordiale” (1904) con l’Inghilterra, segnalandosi sia come nuovo polo aggregativo per la difesa del vecchio continente (le armi nucleari, come si vede, mantengono pienamente la loro valenza e peso politico), sia come operazione di ribilanciamento intraeuropeo rispetto al poderoso piano di riarmo tedesco che, unitamente alla nuova situazione di politica interna di Berlino, potrebbe rappresentare una incognita, specialmente se Mosca dovesse riprendere influenza sull’est Europa e, magari, con qualche idea di riagganciare i legami con la nazione teutonica.
Una delle domande che ci si pone è se la Germania, che ha preferito un riarmo nazionale (non europeo), anche per rilanciare il comparto industriale proprio, accetterà le profferte francesi di uno scudo nucleare allargato (ma in mani di Parigi), oppure opterà per uno proprio (Germany’s Merz wants european nuclear weapons to boost US shield, Reuters, 9/3/2025), oppure, ancora, rilancerà l’idea di un deterrente atomico condiviso sotto comando “europeo” (ipotesi meno realizzabile).
Una Germania potenza nucleare è destinata a mutare profondamente l’equazione di sicurezza dentro alla stessa UE.
E noi, dove ci collocheremo? Quali iniziative prenderemo? Chi ci favorirà? Ed in quale misura?