Il ruolo degli intellettuali nella società odierna
di Orizzonte
Vivere nei tempi presenti implica la necessità, per chi ne vuole leggere ed interpretare lo Zeitgeist, di assumere un approccio intellettualistico critico, fondato sull’analisi riflessiva del linguaggio veicolato in modo turbinante e, molto spesso, emotivo dagli strumenti di massa utilizzati nella rete di internet.
Un acuto ed assai importante maestro della sociologia italiana, il prof. Franco Ferrarotti, in un suo recente saggio (Il viaggiatore sedentario, edizioni EDB), ha descritto la società della iper estesa comunicazione da Internet come “irretita, sempre interconnessa, ansiogena, nevrotizzante, fragilissima. Si può comunicare tutto a tutti, in tempo reale, su scala planetaria. Ma non c’è più nulla da comunicare. Nulla di umanamente significativo, dal profondo, a faccia a faccia. Si comunica “a”. Non si comunica più “con”. E’ venuta meno la base comune: unione, comunicazione, comunità. Sono andati persi il contatto diretto, il linguaggio del corpo, il fatto e l’antefatto, il peso e la complessità dell’esperire umano. Tutto è semplificato, alleggerito, velocizzato…Nessun dubbio che internet e computer possano compiere operazioni molto complicate alla sbalorditiva velocità di pochi secondi, ma sono macchine stupide perché non sanno indugiare, non conoscono il dubbio. Il dubbio è l’anima dello spirito critico, ma anche la precondizione della vita interiore…Il “come” ha vinto sul “perché”. Il predominio dell’audiovisivo, con la sua caratteristica devozione al potere ipnotico dell’immagine sintetica, ha perfezionato la sconfitta sulla carta stampata del libro, della lettura tranquilla, in solitudine…la razionalità ha abbandonato l’individuo…La rete è il nuovo verbo. Peccato che non goda di alcuna critica delle fonti…”.
Si dice, da taluni commentatori, che questa condizione dovrà essere giudicata dal Mercato, ma non si comprende o non si vuole comprendere che il Mercato è un luogo di contrattazioni e non è esso stesso produttivo di valori finali, a meno di non abbracciare le tesi del neoliberismo (che ha fallito con le grandi disuguaglianze da esso provocate) che, da originario pensiero economico, è sfociato in una “filosofia morale, sociale e politica”, per la quale lo “Stato…non è autonomo: è uno strumento che deve far sì che il capitalismo funzioni, che deve impedire la violazione delle leggi economiche ; e ciò, in pratica, consiste nello smantellare con riforme coraggiose lo stato sociale ed i suoi sprechi, nel privatizzare le imprese pubbliche, nel tenere basse le rivendicazioni sindacali, anche facendo del lavoro l’oggetto di un’aspra competizione” ( C. Galli, Ideologia, Il Mulino).
Visione, quest’ultima, che cozza fragorosamente con l’insegnamento della Chiesa cattolica, per il quale, quanto al diritto stesso di proprietà, riferisce che “La tradizione cristiana non ha mai sostenuto questo diritto come qualcosa di assoluto ed intoccabile. Al contrario, essa l’ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti di usare i beni dell’intera creazione…Da questo punto di vista, continua a rimanere inaccettabile la posizione del rigido capitalismo, il quale difende l’esclusivo diritto della proprietà privata dei mezzi di produzione come un dogma intoccabile nella vita economica. Il principio del rispetto del lavoro esige che questo diritto sia sottoposto ad una revisione costruttiva sia in teoria che in pratica.” ( Enciclica Laborem Exercens di Giovanni Paolo II, EP).
In fondo, la pretesa illuministica e razionalistica portata alle estreme conseguenze dallo stesso Hegel, per il quale “la figura della verità è dunque posta nella scientificità” (Hegel, Fenomenologia dello spirito, Bompiani), e che si ripropone ai tempi odierni col predominio pervasivo della scienza e della tecnologia (tematiche bene argomentate da Cacciari in Metafisica Concreta – Adelphi-, ma da decenni prima studiate e sviscerate da Heidegger) sulle scienze cd. umanistiche, era già stata ampiamente criticata con successo dalla scuola di Francoforte in Dialettica dell’illuminismo di Adorno, il quale era arrivato alla conclusione che il mito feticistico razionalistico-matematico finiva con il portare a forme di governo autocratiche ed autoritarie. Infatti, egli scriveva che “la scienza stessa non ha alcuna coscienza di sé, è uno strumento. Ma l’illuminismo è la filosofia che equipara la verità al sistema scientifico…l’idea di una scienza che comprende se stessa contraddice al concetto stesso di scienza” (Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi).
Tutto ciò ancor di più alla luce del principio di indeterminazione che Heisenberg ha dimostrato, secondo il quale il futuro non è direttamente prevedibile dal presente ed il presente non lo è dal passato, dal momento che la casualità implica soltanto un calcolo di probabilità statistica e non una certezza.
Se, quindi, così stanno le cose, al punto che un logico del calibro di Wittengstein ( Tractatus logico-philosophicus, Einaudi) ha affermato che spetta alla filosofia delimitare “il campo disputabile della scienza naturale” e non alla stessa scienza, non possiamo non concludere che il ruolo dell’intellettuale oggi appare particolarmente importante soprattutto nel definire il senso ed i limiti della ricerca scientifica nei settori di punta di questi tempi come la biologia, le neuroscienze e l’Intelligenza Artificiale.
Constatato che viviamo in un’ epoca in cui il pensiero intuitivo, emozionale, della reazione espressa sui social networks viene premiato a scapito di quello riflessivo, che il nostro cervello è tenuto a fare quando analizza problemi e si dispone a categorizzarli per fornire risposte ad essi (e, nel fare ciò, progredisce in capacità cognitiva) pensiamo che il dibattito politico attuale (non soltanto in Italia) ignori completamente le implicazioni collegate a questo impressionante mutamento non solo di costume, ma anche di trasformazione della cognizione umana.
L’articolo, sconcertante, apparso sul Sole 24 Ore dell’11 dicembre 2024, che riferisce i risultati di una rilevazione dell’OCSE, secondo cui un italiano adulto su tre comprende soltanto testi scritti di breve lunghezza ed ha problemi di risoluzione di operazioni aritmetiche, dovrebbe innescare un dibattito di ampia portata con il coinvolgimento non solo dei rappresentanti dei partiti, ma, soprattutto, del ceto intellettuale, poiché anche a questo pertiene la prospettazione di un senso da imprimere all’innovazione tecnologica per non scadere in un capitalismo tecno-nichilista.
La rivoluzione tecnica che stiamo vivendo necessita di sapere scientifico, unito a quello umanistico e di un apporto sempre maggiore degli intellettuali, che dovrebbero riprendere il loro ruolo attivo e propositivo nella società dopo decenni nei quali il “fare” è stato sopravvalutato erroneamente rispetto al suo fine.
Vogliamo dire che gli intellettuali come gli artisti badano ai cachet ?durante il fascismo tanto di questi erano fascisti per gli introiti per poi essere anti fascisti dopo il fascismo sempre per i soldi .
A.todesco
14 dic 2024