Lo stato della cultura di massa

di Fabio Polettini

Il panorama editoriale italiano degli ultimi mesi del 2024 ha visto l’uscita di un’acuta riflessione sociologica sullo stato della cultura di massa in Italia.

Ci riferiamo al saggio di Vanni Codeluppi dal titolo “La morte della cultura di massa”, edito da Carocci.

L’autore, docente di Sociologia all’Università di Modena e Reggio Emilia, ha dedicato il suo studio alla genesi, sviluppo e stato attuale di quella che i filosofi francofortesi (da Adorno ad Habermas) hanno, per primi, individuato come l’industria culturale, cioè, per l’appunto, la cultura diffusa presso la moltitudine degli individui, veicolata attraverso la televisione, la radio, il cinema, i giornali e, da ultimo, Internet e le reti sociali.

I primi capitoli sono dedicati a descrivere la trasformazione della fruizione dei contenuti culturali (intesi prevalentemente sotto il profilo artistico) da fenomeno di pochi ingegni per pochi mecenati alla nascita di una vera e propria “fabbrica culturale”, transitando per la fase dell’Ottocento, in cui teatri, biblioteche, musei ed orchestre sinfoniche sono andati a formare il nucleo di una piattaforma per la maggiore diffusione dell’espressione dell’arte nelle sue diverse varianti.

La critica che Adorno ed Horckheimer muovono, a partire proprio dall’analisi di quanto avveniva negli Stati Uniti nei primi anni del secondo dopoguerra, consiste nell’arrivare a capire che “…l’azione esercitata dall’industria culturale…opera sulla base di un modello economico che è orientato principalmente a perseguire finalità di mercato, le quali tendono a uccidere la creatività artistica e la libera espressività individuale”, dando vita a prodotti standardizzati sulle richieste dei destinatari e, pertanto, molto spesso carenti di originalità, modellati sulla base di ricerche di mercato fatte per venire incontro ai gusti dei più numerosi.

Del resto, come dare loro torto, quando, spesso, la valutazione concernente la pubblicazione di un saggio scientifico o di un romanzo è soggetta, quasi esclusivamente, ad un pronostico di quante sue copie saranno, poi, vendute?

In Italia, studiosi come Umberto Eco e Gillo Dorfles hanno, per primi, affrontato queste tematiche in saggi importanti come “Apocalittici ed integrati”, il primo e “Le oscillazioni del gusto”, il secondo.

A partire, però, dalla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta del Novecento, si è notato un progressivo processo di frammentazione sociale, grazie alle nuove tecnologie informatiche ed elettroniche, che hanno destrutturato le espressioni culturali, annullando, progressivamente, la distinzione fra cultura “alta” e complessa e cultura “bassa”, meno profonda e di maggiore fruizione dalla maggioranza degli individui.

Si entra, così, nell’era della post modernità, di cui il filosofo francese Lyotard tratta nel suo celebre rapporto dal titolo “La condizione postmoderna”.

Ciò favorisce l’aumento della superficialità nella percezione dei messaggi artistici, che sono veicolati attraverso audiovisivi che colpiscono in modo immediato ed emotivo la nostra mente, non favorendo, invece, quella necessaria dimensione concentrata che la lettura di un testo scritto, in un più lungo lasso di tempo, consente al cervello di sviluppare.

Il saggista, infatti, arriva a definire il presente come “società dei flussi”, nella quale gli individui si trovano a vivere sempre di più “una condizione di connessione costante e si aspettano di trovarsi in continuazione di fronte a nuovi contenuti”, andando, così, a formare “sciami digitali”, cioè aggregazioni di persone iperconnesse, ma in stato di isolamento fisico, le une dalle altre, per le quali l’unico collegamento, in una realtà non reale, ma elettronica, è rappresentata dallo smartphone.

Tutto ciò va a spezzare l’insieme dei fruitori di contenuti in una miriade di sottogruppi, mettendo in crisi il concetto, appunto, di cultura di massa.

La programmazione televisiva è oggi rivolta, scrive Codeluppi, “ad un pubblico che si caratterizza per un’età avanzata e un basso livello di scolarizzazione”, salvo alcuni programmi di approfondimento umanistico o scientifico e questo spiega l’accentuazione della cronaca politica, nera e rosa di molti palinsesti.

Fra gli ultimi capitoli del saggio incontriamo quelli dedicati alla “Crisi della forma” ed al “Culto del banale”.

In essi il sociologo spiega come sia diventata opinione comune che la musica debba essere necessariamente popolare, cioè prodotta industrialmente, ascoltata su piattaforme audiovideo in modo da suscitare maggiore interesse nel pubblico per la particolarità ed eccentricità dei musicisti, che non per la qualità delle melodie diffuse.

Lo scadimento (ad eccezione del segmento musicale classico, in cui aspetti di originalità e virtuosismo creativo rimangono evidenti), appare in modo del tutto chiaro sol che si pensi al genere hip hop, in cui certi testi di messaggistica, espressiva del linguaggio parlato, prevalgono sulle note di accompagnamento.

Operazioni ad effetto, quali quelle organizzate dal famoso Marcel Duchamp, che aveva pensato di esporre alla mostra degli artisti indipendenti di New York un orinatoio in porcellana bianca, ovvero quelle di Andy Warhol, con cui si è attribuita dignità estetica a merci ritratte, sono andate sempre di più a banalizzare l’espressività dell’artista.

L’idea di trasporre in arte un prodotto realizzato in serie industriale per l’uso quotidiano, senza alcun pregio particolare, ma considerando l’originalità nel solo suo diverso utilizzo, ha portato ad un vero e proprio “culto del banale”, in cui nessuna abilità scultorea, pittorica o tecnica specifica sono incluse nella manifestazione dell’ingegno del creatore.

Conclude, infine, lo studioso osservando che ”È noto da tempo che la fruizione di un testo scritto richiede solitamente alle persone l’attivazione di un pensiero di tipo logico ed un intenso coinvolgimento cognitivo, mentre media come la televisione, al contrario, spingono a lasciarsi andare ad un flusso continuo di immagini in movimento. Sostituiscono cioè al contenuto delle idee milioni di immagini di breve durata in grado soltanto di suscitare un interesse visivo superficiale…la televisione non estende né amplifica la cultura libresca, la distrugge…”.

La stessa cosa avviene quando ascoltiamo parole e guardiamo lo schermo attraverso uno smartphone per accedere a notizie o contenuti di reti sociali: la sequenza di immagini e suoni, spesso, impedisce la cognizione di contenuti profondi, che richiedono al nostro cervello, invece, molto più tempo di pochi secondi.

Tutto ciò è dimostrato, nel saggio, con la citazione delle ricerche svolte in Usa ed in Italia, da cui emerge la difficoltà di molta parte della popolazione adulta di distinguere, in senso critico, i fatti dalle opinioni presenti in testi di notiziari.

Quanto pregevolmente esposto nel volume non può non interpellare la Politica, perché l’esercizio del voto implica necessariamente essere correttamente e sufficientemente informati su idee e candidati proposti, nonché contribuire all’elevazione culturale dei cittadini in senso partecipativo e democratico.

L’istruzione e la ricerca pubblica vanno molto più potenziate di quanto lo siano adesso, sia sotto il profilo economico, che ricostruendo piani di studio volti ad includere materie che stimolano il percorso logico ed umanistico necessario a formare senso critico.

In questa ottica il latino facoltativo, sin dalla scuola media inferiore, non può che essere il benvenuto, così come la creazione di premi scientifici ed umanistici assegnati da commissioni di esperti che, poi, a spese dello Stato, provvedano a pubblicare le opere oggetto della premiazione, svincolando il loro pregio dalla tirannia del successo economico della loro diffusione.

Venezia, 17 Gennaio 2025

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Un commento

  1. Ottima riflessione completamente condivisa
    Operiamo quotidianamente per affermare la necessità della riflessione piuttosto che coltivare l’effetto della prima e immediata emozione

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